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sostenibilità digitale5 min di lettura

Impatto ambientale del software: cosa dipende davvero da chi lo sviluppa

Quali cifre sui data center hanno una fonte verificabile, quanto pesa il fornitore hosting sull'energia di un sito e cosa chiede la CSRD ai fornitori software sulle emissioni della filiera.

Punti chiave

  • I data center hanno generato 180 milioni di tonnellate di CO2 nel 2024, lo 0,5% delle emissioni globali.
  • Il fornitore hosting pesa più del singolo utente: circa il 60% dell'energia di un sito arriva dal server che lo ospita.
  • Le imprese soggette a CSRD chiedono dati di emissione ai fornitori software per la rendicontazione Scope 3 della filiera.

Perché l'impatto ambientale del software riguarda anche le PMI?

La pressione arriva dai clienti soggetti alla CSRD che chiedono dati di filiera ai propri fornitori, non da un obbligo diretto sulla PMI che sviluppa o commissiona software.

In Italia le imprese direttamente soggette alla CSRD passano da circa 300 nel 2024 a oltre 7.000 con gli obblighi aggiornati. Per un fornitore di software significa rispondere a domande sulle emissioni che prima nessun cliente poneva.

Chi acquista un progetto software raramente chiede un bilancio di sostenibilità completo. Chiede più spesso dove sono ospitati i dati, quale fornitore hosting è stato scelto e se dietro le scelte tecniche ci sono numeri verificabili, non solo un'affermazione generica.

Quanto pesano i data center sulle emissioni globali?

I data center hanno generato 180 milioni di tonnellate di CO2 nel 2024, lo 0,5% delle emissioni globali.

Il consumo elettrico dei data center è atteso in crescita fino al 127% entro il 2030.

Il settore ICT nel suo insieme, data center compresi, pesa tra il 2% e il 4% delle emissioni globali : una quota che dipende dalla somma di ogni sito, applicazione e server in funzione ogni giorno, non da un singolo fornitore.

Il dato è globale, non riferito ai soli data center italiani: nessuna fonte pubblica isola la quota italiana, e questo articolo non la inventa.

Cosa consuma energia in un sito o in un'applicazione: server, codice o utenti?

Circa il 60% dell'energia di un sito web è assorbita dal server che lo ospita, il resto da rete e dispositivo di chi naviga: la scelta del fornitore hosting pesa più del comportamento del singolo utente.

Il resto dell'energia si distribuisce tra la rete che trasporta i dati e il dispositivo di chi visita il sito, due variabili che chi sviluppa non controlla direttamente. Resta un motivo in più per concentrare l'attenzione sulla parte che si può decidere davvero: il server e chi lo gestisce.

La pagina del summit COP28 ha un esempio misurato: 3,69 grammi di CO2 per caricamento, riducibile fino al 93% con ottimizzazioni sul sito.

Come si riconosce un hosting con minore impatto ambientale?

L'hosting directory del Green Web Foundation verifica che il fornitore dichiari energia rinnovabile con prove pubbliche, non solo un claim in una pagina.

Il PUE, Power Usage Effectiveness, è un indicatore leggibile: un data center con PUE tra 1,10 e 1,16 usa quasi tutta l'energia per calcolare, non per raffreddare i server. Il dato serve qui come esempio di metrica pubblica e verificabile, non come segnalazione di un fornitore specifico.

Chi valuta un fornitore hosting può partire da due domande semplici: il fornitore compare nell'hosting directory del Green Web Foundation, e pubblica un dato PUE verificabile. Una certificazione senza questi due riscontri resta una dichiarazione, non una prova.

Il controllo è alla portata di chiunque valuti un progetto software: basta cercare il fornitore hosting nell'elenco pubblico o chiedere il dato PUE dichiarato, prima di firmare un contratto.

Il codice scritto meglio riduce davvero le emissioni?

Sì, in proporzione al tempo di calcolo risparmiato: un codice più efficiente riduce l'energia richiesta dal server, ma la cifra va sempre legata a un caso preciso, non a una regola generale valida per ogni progetto.

Il principio vale per qualunque software: meno cicli di calcolo servono per lo stesso risultato, meno energia consuma il server che lo esegue. La scala cambia molto: un modello AI addestrato su grandi quantità di dati risente di un'ottimizzazione più di una pagina web statica.

Uno studio ha ridotto un dataset di addestramento del 20%, tagliando il consumo energetico di quasi il 75% con una perdita di accuratezza dello 0,06%. È un caso di ricerca su un modello specifico, non una promessa applicabile a ogni sviluppo software.

Cosa chiede la CSRD alle imprese sui fornitori di software?

Le imprese soggette alla CSRD rendicontano anche le emissioni Scope 3, quelle della catena di fornitura, e per farlo chiedono dati alla propria filiera di fornitori, software incluso.

Le emissioni Scope 3 sono quelle che un'azienda non genera direttamente, ma che dipendono dalle scelte dei suoi fornitori: energia, trasporti e, sempre più spesso, servizi digitali. Un fornitore di software senza questi dati pronti rallenta la rendicontazione del cliente, non solo la propria.

Lo standard VSME è l'opzione più leggera per una PMI non ancora soggetta alla CSRD completa che vuole comunque rispondere a queste richieste.

Anche una PMI non ancora coinvolta oggi può iniziare a raccogliere questi dati, invece di rincorrerli quando un cliente li chiede per la prima volta.

Cosa può controllare davvero chi sviluppa un software su misura?

Le leve reali sono poche e concrete: la scelta del fornitore hosting, il dimensionamento dei server rispetto al carico effettivo e la revisione del codice nei punti che pesano di più sul calcolo.

Il fornitore hosting decide dove e come viene prodotta l'energia che alimenta il server. Il dimensionamento dei server evita di pagare, in calcolo e in energia, una capacità che il progetto non usa. La revisione del codice individua i passaggi che consumano più tempo macchina per lo stesso risultato.

Un elenco più lungo di pratiche verdi, come quello che compare in molte pagine "impegno green" dei fornitori IT, ha senso solo se ogni voce corrisponde a un riscontro verificabile: senza quel riscontro, una pratica resta fuori da questo articolo invece di essere elencata per completezza.

Per questo ogni pratica citata in questo articolo ha un riscontro verificabile: quello che non si può verificare non entra nel testo, anche quando compare spesso nelle pagine di altri fornitori.

Come si inizia a misurare l'impatto ambientale di un progetto software?

Il punto di partenza è una specifica, non un calcolo improvvisato: la Software Carbon Intensity della Green Software Foundation è il riferimento per calcolare l'intensità di carbonio di un sistema software.

La specifica lega le emissioni al numero di utenti o richieste gestite, così un progetto piccolo e uno enterprise restano confrontabili sulla stessa base.

Il passo successivo è una conversazione tecnica sul progetto specifico, non una promessa generica di sostenibilità: la pagina di sviluppo web e app su misura descrive come lavoriamo dalla prima versione ai rilasci successivi.

Il metodo descrive come lavoriamo su ogni progetto, dai test iniziali ai rilasci regolari; la pagina come iniziamo spiega il percorso a gradini per chi valuta il primo passo.

Domande frequenti

Fonti

  1. Agenda Digitale: dati IEA, emissioni ICT e casi di efficienza (2024)
  2. Agenda Digitale: crescita dei consumi dei data center (2025)
  3. CO2e: rendicontazione CSRD e Scope 3 (2026)
  4. Green Web Foundation: hosting directory (2026)
  5. Hetzner: sostenibilità (2026)
  6. Studio Aldegheri: standard VSME (2026)

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